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XXXII 2008 - 2

STEFANO RAPISARDA, “Genitivo” apreposizionale in volgare siciliano (e in altre lingue romanze medievali) [350-76]

Numerosi testi in siciliano medievale attestano un costrutto del tipo [SN1 + Ø + SN2] (es. lu ossu zicha 'l'osso di seppia'), dato dalla combinazione di due sintagmi nominali in situazione di dipendenza sintattica e accostamento asindetico. Il costrutto è perfettamente accettabile nel sistema del siciliano medievale e non richiede l'integrazione della preposizione, come avviene in antiche e recenti edizioni. Il genitivo senza preposizione viene spesso considerato un gallicismo: l'esistenza di questa forma in siciliano medievale può far pensare invece che molte lingue romanze la mantenessero allo stato di possibilità, per poi perderla nel corso del tempo a favore della forma più esplicita. Si ipotizza dunque che il costrutto abbia goduto di un'ampia diffusione in varie aree romanze medievali e che abbia avuto una notevole persistenza temporale, per quanto sia stato sovente occultato da interventi filologici di tipo normalizzatore.


Some texts in Sicilian Medieval Vernacular preserve a construction such as [SN1 + Ø + SN2] (e.g. lu ossu zicha ‘cattlefish bone’), given by the combination of two nominal syntagms in situation of syntactical dependence and asyndetical joining. This construction is perfectly acceptable in Sicilian Medieval Vernacular and there is not need to integrate it with a ‘missing’ preposition, which has been normally integrated nevertheless by the greatest part of philologists and texts editors. This ‘genitive’ without preposition is often considered a ‘gallicism’, that is to say an imitation of a similar French construction. On the contrary, its existence in Sicilian Medieval Vernacular induces to think that it was a widespread construction, a ‘possibility’ of many Romance Medieval Languages that during their history was substituted by a more explicit form ‘with’ a preposition. It is possible then to propose the idea that this construction was widely diffused in the Middle Ages but often oscured by philological corrections aiming to ‘normalize’ a construction that seemed ‘strange’.

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